Storie di Storia

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 Seguendo Rommel

26 ottobre 1917

 Le trince dallo Spik al Hum

Il Kolovrat

Il Mrzli Vrh

 Le quote della guerra

Mengore e Selski Vrh

Il Krasji Vrh

Camminare ricordando la storia

A cento anni dall'inizio del primo conflitto mondiale solo pochissime persone potrebbero raccontare con la loro voce i ricordi di quei terribili momenti. 

Sarebbero ricordi di bambino, forse per questo ancora più impregnati di paura verso qualcosa di sconosciuto di cui gli adulti parlavano con preoccupazione. 

Questa cosa sconosciuta avrebbe da subito toccato negli affetti molti bimbi, perché sarebbero diventati immediatamente orfani di padre in quanto tutti gli uomini furono chiamati a servire la patria, compresi quelli che la avevano abbandonata per cercare all'estero il pane necessario per sfamare la famiglia.

Con molta probabilità molti di questi bambini sarebbero poi rimasi orfani per tutta la vita. 

Il numero dei morti che questa immane tragedia provocò fu terribile (650.000), come fu altrettanto terribile la maniera con cui questa gente venne mandata a combattere, il che spesso significava la quasi certezza di dover morire in determinato combattimento.

Forse per questo i miei genitori non mi hanno mai parlato della guerra, ne io ho mai chiesto a mio papà, che aveva sei anni quando questa è iniziata, che mi raccontasse cosa prova un bambino di fronte a simili eventi. 

Eppure il mio paese fu uno dei paesi più svaligiati nei giorni dell'arrivo delle truppe austro-tedesche; inoltre si trova tra il monte Matajur, Caporetto, il Kolovrat, e lo Judrio. 

Queste località facevano parte o confinavano con le terre di quello che allora era considerato il nemico; per cui, attorno al paese, a pochi chilometri di distanza si era scatenato l'inferno.

Il Kolovrat     Il segno del  vecchio confine tra l' Austria e  la Repubblica Veneta.      Kolovrat: Confini e trincee.

foto simaz.d

Oggi è grande da parte mia il rammarico per questa occasione perduta (il papà non c'è più),  e trovo giustificazione per  questo mio disinteresse nel fatto che in queste valli forse ci sono sempre state più caserme che case; le trincee allora scavate sono rimaste utili anche dopo il secondo conflitto mondiale, per cui, un clima di guerra era sempre presente; in un certo senso la guerra la conoscevo pure io, pur non avendola mai vista.

La memoria di qualche racconto, di nomi, di luoghi, però mi è rimasta. Prima di cena  gli adulti si radunavano al centro del paese e lì iniziavano i loro discorsi; spesso parlavano di guerra!  Noi bambini giocavamo, non avevamo tempo per ascoltare, ma a volte il discorso si infiammava e certe parole venivano ripetute più volte a voce alta, per cui era impossibile non sentirle. Erano  nomi di località e luoghi legati alla guerra: Kobarid, Kuk, Kolovrat, Jagnjed, Spik, Stol.

Questi nomi sono entrati nella storia; di essi si è scritto su molti libri che chiunque può consultare. In questa storia, che molti conoscono, ci sono pure storie meno conosciute, storie di uomini, da me sentite o lette.

 

La catena dello Stol. Uno dei punti di penetrazione delle truppe italiane il 24 maggio. 

foto simaz.d

 

La storia la scrive il vincitore!

In Italia dopo la fine della guerra è nato il fascismo; immaginiamo come poteva essere scritta la storia allora! Anche la storia che mi è stata insegnata a scuola, qualche anno dopo la fine del secondo conflitto mondiale, oltre ad essere lacunosa, parlava solo di atti di eroismo e di gesta di nobiltà da parte dei soldati italiani, il che non era sempre conforme alla verità.

A pochi chilometri dal mio paese, la gente combatteva dalla parte avversa e doveva sottostare all'invasore italiano!

Per cui c'è una storia parallela, ma non sempre uguale nella visione e descrizione di quei momenti a quella scritta dal vincitore. Inoltre molti non conoscono quella storia in quanto non comprendono la lingua di chi l'ha scritta. Alcuni dei fatti che riporterò riguardanti quelle zone, sono stati scritti e riportati da autori Sloveni che vivevano o che ancora vivono in quelle terre che allora erano sottomesse all'Impero Austro-Ungarico. Cercherò di inquadrarle in queste pagine, a volte anche provocatorie, dove non racconterò la storia, pur mostrando le immagini dei luoghi storici delle Valli del Natisone e delle zone limitrofe.

 

Perché la guerra?

 

A scuola, alle elementari,  mi insegnarono che la guerra fu necessaria per liberare le terre irredente dall'invasore e per dare all'Italia i confini che Dio le aveva assegnato.

Questo Dio, sembra non avesse le idee chiare perché fu bisogno poi di estendere questi confini fino all'Africa, alla Grecia, all'Albania! 

Per venire incontro a Dio, qualcuno scrisse queste testuali parole che ho letto su un libro delle scuole elementari  di mia mamma: “I popoli africani sono sottosviluppati e incapaci di usare le risorse naturali presenti sul loro territorio, per cui per il bene comune è giusto che l'Italia occupi quelle terre e utilizzi le loro risorse... “

Torniamo comunque alle terre irredente e vediamo quali erano:

L'Alto Adige, dove ancora oggi gran parte della popolazione parla la lingua tedesca.

Nel marzo del 1915 con trattative segrete l'Austria era disposta a cedere il Trentino.

Gorizia. Per chi conosce la storia, questa città è stata per secoli la sede dei conti di Gorizia che governavano quella che era chiamata la Contea di Gorizia. I conti di Gorizia avevano avuto da sempre legami politici e di parentela con la nobiltà germanica. Non hanno mai guardato all'Italia, se non come possibile terra di allargamento della contea.

Sempre nelle trattative di marzo del  1915 l'Austria era disposta a cedere tutte le terre ad occidente dell'Isonzo. Per Gorizia diede la disponibilità ad avviare trattative.

Trieste, che qualcuno vuole "Italianissima", è ancora oggi una bella città di confine, multi culturale e multi linguistica. L'entroterra, da Gorizia, al Carso, a Trieste, parla la lingua Slovena.

Nelle trattative suddette l'Austria si impegnò per concedere a Trieste una particolare autonomia amministrativa.

Poi c'erano l'Istria e la Dalmazia, anche esse con una propria lingua e cultura che si è più volte nella storia intrecciata con quella di Venezia, forte repubblica marinara. In modo particolare erano le città della costa ad essere state sottomesse all'influsso politico ed economico di Venezia.  A Fiume, prima della guerra gli Italiani erano poco meno della metà; I rimanenti prevalentemente Croati e di altre nazionalità. Questo perché l'Impero era multietnico. 

Anche per queste terre l'Austria si impegno di prendere in considerazione la possibilità di avviare trattative.

Tra l'altro doveva garantire il disinteresse per l'Albania  e acconsentire che l'Italia occupasse Valona.

Anche oltre le mie valli (Valli del Natisone) c'erano terre irredente da liberare...

 

Ci eravamo tanto amati…La dichiarazione di guerra!

È il 23 maggio, domenica di Pentecoste. L’Italia consegna  la dichiarazione di guerra all’impero austro ungarico, con il quale sino a poco tempo prima aveva stipulato un trattato di alleanza.

La guerra è proprio una cosa stupida!

Le guardie confinarie erano da entrambe le parti composte da gente del luogo: Sloveni da una parte, Sloveni delle valli del Natisone dall’altra. Per di più fino a poco tempo prima alleati, per cui i rapporti tra loro erano più che amichevoli. La notizia della dichiarazione di guerra lasciò tutti sorpresi, anche se dalla parte italiana già da mesi era iniziata la fortificazione delle zone di confine. Questi soldati, che pur appartenendo a due eserciti diversi avevano rapporti fraterni tra loro, da quel momento avrebbero dovuto temere che uno uccidesse l’altro.

 

I primi contatti con il nemico...

 

Il confine che divideva il regno d'Italia dall'Impero Austro-Ungarico era, allora come oggi,  situato a Stupizza, poco dopo il paese di Pulfero. Il 24 maggio l'esercito italiano penetra nel territorio austriaco da diverse zone, allo scopo di liberare quelle terre irredente e gli italiani che si trovavano oltre quel confine.

 Ma quel confine, in quel luogo, non divideva italiani da altri italiani, bensì sloveni da altri sloveni...

La valle del Natisone solcata dal fiume omonimo e costeggiata dalla strada che conduce a  Caoporetto-Kobarid.

Al centro della foto, lungo la strada si trova il confine.

 

Stupizza: il confine.

 

 

Nella località dove questo fatto accadde, Robič,  un paesino situato lungo la strada che da Pulfero conduce a Caporetto, la situazione dal punto di vista militare in quel momento era abbastanza tranquilla. Già qualche giorno prima del 24 maggio gli austriaci avevano sgomberato le loro postazioni e portato via il necessario.

Non era lì che avrebbero atteso e affrontato il nemico!

Le truppe italiane avevano raggiunto Caporetto in gran numero e senza difficoltà o combattimenti particolari, anche se già nella notte del 24 maggio ebbero il primo caduto: Riccardo Di Giusto! 

Ma già il 19 maggio ci fu un primo caduto. La guerra non era un gioco, come non era un gioco dover uccidere un altro uomo, ed era una grande ipocrisia che a questo gioco partecipasse anche la chiesa con la presenza nell'esercito dei cappellani militari.  Un soldato, tra quelli presenti nelle Valli del Natisone, preferì togliersi la vita piuttosto che giocare a questo gioco.

Trovarono, solo qualche singolo soldato che sparando e spostandosi velocemente sul territorio, avrebbe dovuto dare l'impressione che ci fossero ovunque presidi difensivi.  

Questo allo scopo di ritardare la loro avanzata. Del resto l’impero, impegnato su altri fronti, aveva lasciato sguarnite queste zone, anche perché confinavano con un paese alleato.

L’Italia infatti aveva stretto un trattato di alleanza con l’Austria, cosa poi puntualmente rimangiata, anche se certamente quest'ultima era a conoscenza che nelle Valli del Natisone come altrove, gia da un anno erano iniziati i lavori di fortificazione della linea di confine.

Casoni Solarie  - Monumento a Riccardo Di Giusto

foto simaz.d 

San Volfango. In questo cimitero fu sepolta temporaneamente la salma di Riccardo di Giusto.

Dopo la fine della guerra la sua salma trovò sepoltura definitiva nel cimitero monumentale di Udine.

 

A metà settembre del 1915, un gruppo di bersaglieri, dopo avere dormito a San Pietro al Natisone , si diresse in bicicletta verso Robič. Uno dei bersaglieri annotò: " Questo è il primo di sette comuni dove parlano un dialetto sloveno a me incomprensibile".

I bersaglieri si fermarono a Stupizza: "Abbiamo trovato una birra eccellente a prezzo conveniente" annotò sempre il bersagliere.

Nella foto: Stupizza

foto simaz.d

 

Poco dopo attraversarono il confine ed entrarono in quello che era territorio austriaco. Il bersagliere annotò: " E' un momento emozionante per me, se penso che dall'ottobre del 1909 sono stato cacciato da tutte le terre del Impero Austriaco."

Dopo una marcia faticosa il gruppo giunse a Robič, primo paesino in territorio austriaco e si fermò a riposare per qualche ora nell'unica osteria del paese.

 

Nella foto la chiesetta di San Volario nei pressi di Robič.

foto simaz.d

 

 

Nel cortile c'erano dei bambini. Uno di questi, di sei-sette anni, appeso a una pompa di acqua, ne raccolse un pò  e la portò ai soldati.

Il bersagliere si rivolse a lui  con un: "Buon giorno! ".  Purtroppo il suo: "Buon giorno" non ricevette risposta neppure dopo l'ennesimo tentativo. Il bersagliere allora si presentò ad un  bambino più grande e disse: " Io sono Benito Mussolini!", e ripetè: " Benito Mussolini! E tu come ti chiami?"

Il bimbo più grande intuì che gli veniva chiesto il proprio nome, così rispose: "Stanko". A questa risposta punto il dito verso una bimba che stava accanto e questa rispose: "Stanka".

Mussolini allora disse: " Mi prendete in giro? Io so bene che sono stanco, perché ho pedalato fin qui".

Nel frattempo si avvicinò una donna, Katra Urbančič, la quale aveva lavorato come serva presso una famiglia a Trieste, per cui capiva la lingua italiana.  

Mussolini rivolgendosi verso di lei, chiese: " Buon giorno signorina, come si chiamano questo bambino e questa bambina?"

La donna rispose: "Stanko e Stanka!" e conscia dell'equivoco intercorso spiego all'interlocutore: " Questi sono nomi sloveni che significano Stanislao e Stanislava e, come vede, noi siamo Sloveni e portiamo nomi sloveni ".

Mussolini sorpreso esclamò: " Voi siete Sloveni?"

"Tutti Sloveni!" rispose Katra.

"E dove sono gli Italiani?" incalzò Mussolini.

"Qui sono soltanto Sloveni e non c'è nessun Italiano!"

Allora Mussolini rivolgendosi ai suoi commilitoni disse: " Lo sapevo ben io che questa guerra non era da farsi! Lo sapevo io che questa guerra non ci voleva!" Salutò con un gesto della mano i bambini ed esclamò: " Si parte!" , e si diressero verso Caporetto.

nella foto Caporetto-Kobarid - Sulla destra  l'ossario.

foto simaz.d

 

Veramente quel incontro con i bimbi procurò in lui un ripensamento tale da fargli sfuggire simili affermazioni?

 Erano sincere le sue affermazioni? Sono veritiere?

Così sono state ricordate e tramandate da chi allora era presente e concordano con quanto scrisse Mussolini nel suo diario. Solamente quando questo venne pubblicato la guerra era finita e vinta; probabilmente vennero tolte alcune affermazioni scomode (Lo sapevo ben io che questa guerra non era da farsi! Lo sapevo io che questa guerra non ci voleva!").

Dal Diario di Mussolini:

"... Ci precipitiamo nell'unica osteria. Noto un bambino di sei o sette anni che si afferra al braccio di una pompa e ci serve di acqua. Gli domando: "Come ti chiami? - Stanko - E poi? - Il bambino non capisce e non risponde. Lo domando a una ragazza che attraversa il cortile.  - Si chiama Robancich. Nome prettamente slavo. Nel prato, poco lungi, un gruppo di persone raccolte attorno a un caporale, il milanese Bascialla. Ha ritagliata e l'ha conservata nel portafoglio una cartina della zona di guerra. Col dito teso, egli indica il famoso e misterioso Monte Nero. Iscrizione trovata due chilometri prima di Caporetto, su una cappella votiva al ciglio della strada:

Nikdar Noben se ni Bil zapuscen

Kiv vartvo Marije Bil izzognen

Riguardo alla sincerità bisogna ricordare che Mussolini il giorno 22 settembre del 1914 aveva indetto un referendum sulle pagine dell'Avanti, giornale che dirigeva. sull'opportunità o meno che l'Italia entrasse in guerra.

La risposta fu plebiscitaria: "L'Italia doveva restare neutrale!", ma già il 18 ottobre dello stesso anno Mussolini, sempre con un articolo sullo stesso giornale propose una nuova linea politica: "Dalla neutralità assoluta a quella attiva e operante!"

Questo articolo scatenò grosse polemiche all'interno del Partito Socialista Italiano, al quale Mussolini apparteneva. Così già il 20 ottobre fu costretto a dare le dimissioni da direttore dell'Avanti. Ma già il 15 novembre* dello stesso anno, finanziato dalla borghesia e dagli industriali, fondò il : "Popolo d'Italia". In seguito a questo fatto, pochi giorni dopo, fu espulso definitivamente dal partito!

* Nota: Questa data non concorda con quanto scrisse Mussolini nel suo diario, in quanto in quella visita a Caporetto, il giorno 16 settembre ricevette da parte di un ufficiale medico che volle stringerli la mano,  le congratulazioni per la nomina a direttore del Popolo d'Italia.

 

Ma dove è il nemico?

 

Questa fu una delle domande che si posero le truppe italiane, in quanto trovarono il territorio quasi sguarnito e la resistenza minima. La primissima opposizione all'invasore fu fatta dalle poche guardie confinarie presenti in zona. 

C'erano pure i Črnovojniki, militari di riserva, anziani, cosi chiamati perchè erano vestiti di colore nero.  

Questi soldati, poco equipaggiati, difendevano il loro territorio come potevano. Spesso si ritiravano sulle cime dei monti e rispondevano all'attacco delle truppe italiane (efficacemente) con lanci di pietre. 

Il nemico non era ancora così presente nella consistenza che l'esercito italiano si aspettava.

Fu così che i primi giorni i soldati italiani si misero a controllare all'interno delle case, nei solai e persino negli armadi per cercare di scovare il nemico. Sebbene gli italiani si fossero presentati alla popolazione come "liberatori", ben presto si resero conto che invece erano invasori; iniziò così un clima di sospetto verso la popolazione in quanto la si riteneva causa dei propri insuccessi sul fronte militare.

Se da una parte si cercava il nemico, dalla parte opposta lo si attendeva. 

Le autorità invitavano la popolazione a sgomberare i paesi, ma la gente era restia nel fare ciò in quanto bisognava abbandonare case, animali e raccolti. Veniva pure consigliato, a chi non voleva abbandonare la propria casa, di issare una bandiera bianca sul tetto. Le cose di valore venivano nascoste, anche interrandole. Qualcuno si scavava una trincea che copriva con frasche e si nascondeva in essa;  la gente pensava a un rapido passaggio di truppe. 

Nessuno avrebbe immaginato  che li si sarebbe scatenato per anni l'inferno!

Inquietudine e nervosismo c'era pure tra chi doveva arrestare l'invasore.

Impreparato a questo evento l'esercito austroungarico iniziava a stendere le prime barriere di filo spinato. Botti colme di pece venivano accese di notte per intravedere l'eventuale avanzata del nemico. Alcuni soldati mandati in avanguardia a verificare la presenza del nemico vengono uccisi al rientro dai loro commilitoni che li avevano scambiati per italiani. 

Sia da una parte che dall'altra, le prime morti sono banali.

 

Non più liberatori, ma apportatori di cultura...

 

I primi contatti dell'esercito che avanzava,  più che con il nemico, che aveva volutamente  arretrato, erano con la gente locale. Anche la collaborazione con la gente era importante; questo significava avere meno problemi, sebbene chi ha la forza impone le proprie decisioni.

Fratelli italiani da liberare su quelle terre non c'erano, così qualche ufficiale disse alla gente che l'Italia era venuta lì per portare la sua grande cultura. Ma la gente notava che tra quelle truppe la maggioranza era analfabeta. Appena i soldati  avevano l'occasione di inviare uno scritto ai propri familiari per fare sapere come stavano, dovevano pregare gli ufficiali che scrivessero per loro. La gente notava pure le pessime abitudini di parecchi militari riguardo l'espletamento dei propri bisogni corporali e l'igiene intima. Questi venivano espletati pubblicamente, nel paese o nel cortile delle case, senza alcuna discrezione.

Pure Mussolini annotò quanto sopra nel suo diario!

In quei luoghi l'analfabetismo era quasi inesistente perché l'impero aveva esteso ovunque alcuni anni di istruzione primaria; questa veniva impartita in ogni stato nella lingua parlata localmente. 

Alla fine della guerra, l'Italia occupatrice obbligherà tutti gli sloveni a imparare e parlare la lingua italiana, cambierà i nomi delle località, i nomi e cognomi delle persone, persino quelle dei morti in cimitero...  se quella era cultura...!

 

I primi atti di eroismo ...

 

Le truppe austriache avevano sgomberato quanto avevano nei vari paesini e si erano ritirate oltre l'Isonzo. Questo fiume, che scorre ai piedi del Krn - Monte Nero, costeggiandolo per un lungo tratto, creava con l'impenetrabilità delle  sue forre una vera linea difensiva. Nelle prime ore del 24 maggio venne fatto saltare dall'esercito austroungarico un ponte che lo attraversava, chiamato ponte "Napoleonico";  (un altro ponte, chiamato pure esso "Napoleonico" si trova lungo il corso del fiume Natisone, nei pressi di Podbela). Questo venne fatto per ostacolare il passaggio agli italiani, ma così facendo avevano pure isolato tutti gli abitanti che risiedevano nei paesini sulla riva destra del fiume, in particolare quelli di Caporetto. L'esercito italiano ripristinerà prontamente l'attraversamento di questo fiume con un ponte di emergemza.

Il ponte "Napolonoico"  attraversa l'Isonzo a Caporetto. Sulla sinistra l'Ossario.

L'altezza del ponte sull'Isonzo dal letto del fiume stesso è notevole. Venne fatto saltare nelle prime ore del 24 maggio, ma il 25 maggio un nuovo ponte d'emergenza costruito dalle truppe italiane consentiva alle stesse l'attraversamento del fiume. 

L'isonzo oggi.

Le truppe italiane entrarono nei paesini ed intimarono alla gente di sgomberare entro 24 ore. Con loro potevano portare solo le cose essenziali e un animale. Tutto il resto doveva essere abbandonato. Proviamo ad immaginare cosa dovette provare chi abbandonava mucche, maiali, conigli, galline e altri animali. Come pure derrate di foraggi e altri alimenti necessari per la sopravvivenza di quelle famiglie allora numerose. Del resto quella sarebbe stata zona di combattimenti per cui andava sgomberata. Si formò così una lunga colonna scortata dai soldati la quale si dirigeva verso l'Italia, in direzione opposta all'Isonzo. Tutti dovevano abbandonare il paese, e in fretta. Così imponevano i militari! Dopo ore di marcia, la gente era stanca e assetata; in particolare i vecchi e bambini. Lungo il percorso una donna impietosita porto a loro in una vaschetta dell'acqua e un recipiente affinché  potessero berla. Un soldato a cavallo, nel vedere ciò, spronò il cavallo e gridando: "Avanti! Avanti!" travolse la vaschetta facendola a pezzi.

In breve le truppe italiane ripristinarono i collegamenti oltre  l'Isonzo costruendo ponti di fortuna e si diressero alla conquista del Monte Nero. Iniziarono cosi a svuotarsi anche i paesini posti sulle pendici di questo monte.

 

 Il Monte Nero  -  Krn

foto simaz.d

 

 

Si formarono colonne di persone e animali spaventati, talvolta difficili da governare. Accade così che una mucca spaventata sfuggi dalla mano del suo padrone e iniziò a correre per la piazza di Caporetto. Un militare a cavallo estrasse la sciabola e si mise, come un torero, all'inseguimento dell'animale finché non riuscì a trafiggerlo a morte.

La stupidità ... patrimonio comune dell'umanità!

Se l'episodio sopra accennato ci può fare sorridere,  più preoccupante  fu quello che successe a Volče, dove le truppe austriache "per scaldare le armi", in questo caso un obice,  presero di mira il campanile del suddetto paesino. Dopo alcuni tentativi, il campanile fu colpito, ma i tiri errati avevano colpito le case del paese che non era ancora stato completamente sgomberato.

 Una delle cose più difficili, da entrambe le parti, fu quella di convincere le persone ad abbandonare le proprie case. Tutti pensavano che la guerra si sarebbe risolta un qualche settimana o poco più.

Agli abitanti di Caporetto e dintorni, dopo che gli Austriaci fecero saltare il ponte sull'Isonzo, fu preclusa ogni via di fuga. Quelli delle Valli del Natisone  rimasero nei loro paesi, almeno fin che poterono, ma proviamo a immaginare cosa passarono nei paesini sparsi sul Kolovrat o sul Matajur, in particolare dal 24 al 26 ottobre 1917. 

 

Le colonne proseguivano verso il confine italiano; molti non riuscivano più a camminare. I bimbi venivano presi in braccio, ma per i vecchi questo era più difficoltoso. Due particolarmente anziani, di 89 e 92 anni non ce la facevano più. La moglie di uno lo sorreggeva per braccio, ma ad un certo punto, si sedettero entrambi a terra. Un ufficiale a cavallo si precipitò intimandoli di alzarsi; la moglie cercò di sollevare il marito, ma le fu impossibile. L'ufficiale estrasse la pistola e sparo al vecchio uccidendolo. Poi mirò alla testa dell'altro e uccise pure quello.

 

Già nella prima settimana di occupazione gli Italiani ritennero di avere individuato tra la popolazione civile alcune persone che mal vedevano l'invasore. Così fecero un rastrellamento  nei paesi di Ladra, Smast, e Kamno. 

In questo paese (Ladra) ci fu il secondo caduto dell'esercito italiano. 

Ladra
A Smast,  probabilmente, ci fu il terzo caduto italiano, un ufficiale. Questi primi caduti furono dovuti a scontri isolati con le poche guardie confinarie allora presenti sul territorio.

Smast
Kamno

Vennero presi 60 contadini e portati nel paese di Idrsko. 

Questo paesino è situato ai piedi del Kolovrat sulla sponda destra dell'Isonzo. Le truppe italiane, scendendo da Livek - Luicco lo raggiunsero senza difficoltà. Un ufficiale italiano ordinò di sua iniziativa di costruire un ponte in legno che attraversasse l'Isonzo. Il ponte venne prontamente costruito e il fiume attraversato dai soldati italiani diretti alla conquista del Mrzli Vrh, allora ancora non difeso. L'ufficiale ricevette dai suoi superiori l'ordine di tornare immediatamente sulle proprie posizioni. In seguito per la conquista di questa cima verranno sferrati numerosi attacchi nei quali perderanno la vita migliaia di soldati italiani e il Mrzli Vrh non verrà mai conquistato. 

foto simaz.d

Il giorno seguente li condussero legati in fila verso Tolmino. Lungo il percorso, si arrestarono e un ufficiale iniziò una conta. Vennero tolti dalla fila uno ogni dieci. Fu fatta un'eccezione quando toccò ad un ragazzino; venne preso il suo vicino di fila. I sei prescelti vennero fucilati sul luogo, senza processo. Forse, neppure riuscirono a comprendere quello che gli veniva detto. I rimanenti vennero internati, probabilmente nel sud Italia. Questo tipo di decimazione fu usato con frequenza nel secondo conflitto mondiale dalle truppe tedesche. Purtroppo certe bestialità sono di casa ovunque!!!

Tolmino - Tolmin                Alla fine del conflitto passerà sotto l'Italia.

foto simaz.d

 

La guerra non è un gioco.

Forse non ci rendiamo conto di quelle che furono le sofferenze dei soldati dovute solo alla permanenza in trincea, dimenticando per un attimo le peggiori.

Oggi se abbiamo febbre lasciamo il lavoro e ci mettiamo a letto, se abbiamo mal di testa prendiamo un analgesico, e così via.

La presenza in trincea significava la  permanenza in quel luogo in qualsiasi condizione atmosferica e fisica.

Febbre, malattie, neve, pioggia o gelo, dovevano convivere. Il soldato bagnato non aveva ricambi o ambienti riscaldati dove asciugarsi e cambiarsi.

Doveva espletare i propri bisogni corporali davanti ai suoi commilitoni e permanere tra le proprie e le altrui feci.

Teneva ai piedi gli scarponi per mesi senza toglierli.

Le caverne scavate dai soldati rappresentavano un luogo più riparato, ma a volte per abbandonare una trincea che non aveva vie di fuga adeguate, bisognava attendere la notte o un altro momento opportuno, perché  il nemico era sempre in agguato.

Trincea sul Kolovrat e interno di una caverna con formazioni di ghiaccio.

Dalle proprie postazioni sul fronte i soldati potevano osservare i luoghi dove combattevano e morivano altri loro commilitoni, ma anche i luoghi dove la vita si svolgeva normalmente.

Dalle alture del Krn o del Kolovrat si poteva vedere una battaglia in atto nelle zone sottostanti o vedere il fronte dell'Isonzo o la città di Gorizia. Si osservavano i cannoneggiamenti come in un film.

Nelle belle giornate lo sguardo giungeva sino al mare Adriatico dove si potevano intravedere le città di Grado o Monfalcone.

Mentre su quelle cime c'era l'inferno, altri al mare, prendevano la tintarella!

Veduta dell'Adriatico dal Kolovrat.

Tutti gli uomini erano chiamati a servire la patria, ma non tutti venivano spediti al fronte.

Quelli che non venivano mandati in prima linea venivano soprannominati : "Gli Imboscati".

A volte i "figli di papà", con motivazioni varie, venivano tenuti lontano dalla prima linea, dove venivano invece mandate le persone comuni: braccianti, pastori, operai, artigiani. 

Ma c'erano anche quelli che, convinti, volevano partecipare alle azioni di guerra. Tra questi, a volte, c'erano pure dei ragazzini non ancora arruolabili!

 

L'orrore è grande, non tutti resistono!

 

Per i soldati forse non c'era alternativa alla morte; molti nella paura chiamavano la mamma. Fuggire nel corso di un combattimento significava essere uccisi dal proprio esercito, cioè dai carabinieri che stavano alle loro spalle per garantire l'ordine e l'obbedienza ai comandi. Il generale Cadorna impose con forza e durezza questo metodo. 

Quale speranza poteva avere il soldato che si attraversando questo bosco doveva subire le conseguenze di un simile mitragliamento?

Il 26 ottobre del 1917 nessuno riuscì a mantenere quell'ordine, tanti furono i soldati che abbandonarono il Kolovrat e tutta la linea da Drenchia a Stregna.

La catena del Kolovrat

 

Scendendo a valle pronunciavano queste parole: “Siamo borghesi.. la guerra è finita .. a Natale tutti a casa ...”

Se questa era la fine “disonorevole” della guerra per la truppa, non poteva essere così per chi era al comando. In una stanza delle scuole elementari di San Leonardo seduto su una sedia, accanto ad un tavolino, fu trovato il corpo senza vita del Generale Villani.

Ai suoi piedi la rivoltella con la quale si era tolto la vita. Sul tavolino due lettere.

In quella indirizzata al colonnello De Medici le seguenti parole: ” Caro De Medici. Lascio a lei di proseguire il terribile compito. Io non ne posso più”. 

Bisogna dire che il generale Villani fu uno dei pochi generali ad essere presente sulla prima linea il 24 ottobre 1917  quando iniziò la contro offensiva dell'esercito austro-tedesco.

Scrutto  -  In questa foto, a breve distanza,  abbiamo: la scuola, il municipio, la caserma e la chiesa

Nel casa accanto al ponte, sulla sinistra nella foto, vennero approntati forni per la cottura del pane. La legna veniva conservata nella chiesa qui vicina.

 

Quella sera stessa un ufficiale si recò dal parroco. Disse che lui e i suoi uomini dovevano abbandonare immediatamente la zona per non cadere in mano al nemico, per cui chiese al parroco che provvedesse alla sepoltura del generale. Il parroco si recò presso la scuola, ma non trovò la salma del generale. Questa fu poi cercata pure in un vicino ospedale  che era stato nel frattempo completamente sgomberato.

Il giorno seguente il paese cadde nelle mani delle truppe austro - germaniche per cui nessuno dei locali poté proseguire nella ricerca. Visto l'alto grado del militare, furono poi gli austriaci a proseguire in questo compito ma senza risultati. 

Solo una certa Maria Canalaz aveva assistito al trasporto del generale verso la sepoltura, ma questa era immediatamente fuggita con i profughi. Alla fine della guerra, quando la donna ritornò, poté indicare il luogo della presunta sepoltura, ma non fu trovato nulla.

Resti del cimitero di guerra nei pressi di San Leonardo. Il generale Villani venne sepolto in luogo appartato in questo cimitero.

Nel 1931, un contadino di San Leonardo, Terlicher Pietro lavorando nel suo campo, trovò interrata una cassa di legno grezzo. 

Era la bara del generale Villani!  Al generale venne poi data sepoltura nel cimitero di Azzida.

Il cimitero militare situato nei pressi di San Leonardo aveva una dimensione di circa 60 per 80 metri ed era recintato con un muro di pietre e cemento. Finita la guerra il muro di recinzione venne demolito e le pietre furono usate per la costruzione della vicina chiesa di Sacro Cuore, a Merso di Sopra.

Il cimitero di Azzida.                                                   Azzida. In basso nella foto il cimitero

 

Le prime (e serie) emergenze sanitarie.

 

Le Valli del Natisone  si riempiranno di cimiteri, ospedali militari, ma anche di tribunali militari e campi di esecuzione.

Il 3 dicembre 1915 seppellirono nel cimitero di San Leonardo due piedi di un soldato. Gli furono amputati in quanto gli si erano congelati stando in trincea. 

Purtroppo i cimiteri si riempivano!

Nel giugno del 1917 fu iniziata la costruzione di un nuovo cimitero a fianco della strada che da Merso Superiore conduce a Zamir. Il 24 agosto venne seppellito lì il primo soldato.

Di questo cimitero oggi rimane visibile solo il rudere della cappella mortuaria. Nei pressi di questo cimitero fu pure trovata interrata la bara contenente il corpo del generale Villani.

Sempre nello stesso mese si segnala un primo caso di colera. 

La chiesa di San Antonio è adibita a lazzaretto.

Ci saranno casi di meningite e itterizia.

La vita in trincea non è una vita comoda; passano anche mesi senza poter togliersi gli scarponi! Ma ad ammalarsi non sono solo gli uomini; pure gli animali morivano a causa di una epidemia di Afta.

Un problema era anche quello delle carcasse degli animali morti. In quei tempi non esistevano i congelatori e a volte era impossibile e pericoloso recarsi sul campo di guerra per raccogliere i resti di un animale morto.

Ma sotto questo aspetto il peggio dovrà ancora arrivare.

Si chiamerà "febbre spagnola"! 

Il 23 ottobre 1916 l'ospedale da campo di Scrutto venne visitato visitato dalla duchessa d'Aosta.

Il giorno seguente toccò ad un vescovo. 

Il 9 agosto 1917 arrivò anche il re, ma solo per osservare le esercitazioni militari che si svolsero  per lui nei pressi di San Leonardo.

Se fosse andato qualche decina di chilometri più avanti, non avrebbe assistito a simulazioni, ma a esercitazioni  reali. Comunque, sarà chiamato il re soldato...

Nel frattempo il tribunale militare li operante emise la sua prima sentenza. 

La guerra era lunga e i soldati stanchi, ma sopratutto non la capivano...!

Il 18 settembre 1917 venne eseguita la prima sentenza di condanna a morte.

Un soldato italiano fu fucilato dai suoi commilitoni nei pressi del nuovo cimitero.

Un altro, sempre dai suoi commilitoni,  davanti alla chiesa parrocchiale. 

Altri subirono la stessa sorte, ma di fronte ad una platea più vasta. Vennero ricondotti al fronte e lì uccisi.

Il tribunale dovette interrompere bruscamente la sua attività, nonostante la gran mole di lavoro. 

Il 26 ottobre, all'arrivo delle truppe austro-germaniche, sbaraccò velocemente. 

 

La bontà  della popolazione locale e i suoi problemi.

 

Una tale massa di gente e materiale presente nella anguste Valli del Natisone non poteva non creare seri problemi alla popolazione residente.

Bisogna però dire che contemporaneamente si instaurò quella che volgarmente chiamiamo: "economia di guerra".

Iniziarono parecchi lavori per la costruzione di strade di accesso alle varie postazioni fortificate in quanto in queste si dovevano piazzare armamenti di grosse dimensioni che richiedevano l'uso di mezzi adeguati per il loro trasporto, per il trasporto delle munizioni, delle vettovaglie e di tutto quello che ne conseguiva.

La manodopera scarseggiava. La migliore era stata arruolata nell'esercito, per cui il lavoratore disponibile veniva pagato discretamente. Non dimentichiamo che in quei tempi  si vedeva un soldo solo recandosi a lavorare all'estero, in modo particolare in Germania.

Sorvolando sui pericoli della guerra in sè, cerchiamo di immaginare quello che poteva essere lo stato dei campi coltivati, calpestati da cavalli, uomini e da depositi di materiale vario. 

Il raccolto di quelle coltivazioni sarebbe servito per sfamare a malapena gli abitanti delle valli. 

La misera produzione, sul poco terreno disponibile se rapportato alla popolazione allora presente, sarebbe servita appena per la sopravvivenza. 

Spesso si dovevano raccogliere i prodotti prima della loro maturazione per evitare che fossero consumati dai soldati. 

Pure le case venivano requisite ed anche le chiese. 

Non sembra però che i sacerdoti si opponessero tanto agli abusi che subiva la povera gente. Forse ritenevano questa una opposizione inutile.

Annotavano però puntualmente tutti i danni e gli abusi fatti alle loro chiese. 

In compenso si prodigano per l'assistenza ai feriti, per la sepoltura dei morti e, alla fine delle ostilità, anche per i bisogni della popolazione.

Nonostante la mancanza di prodotti alimentari dovuta alla guerra, e la miseria con la quale la gente di queste valli aveva da sempre convissuto, i valligiani dimostrarono senso di pietà verso i soldati feriti, curandoli e nutrendoli, e verso i morti, provvedendo alla loro sepoltura.

In modo particolare questo avvenne dopo la battaglia di Jainich del 27 ottobre 1917. Le trincee e le gallerie scavate nelle montagne pullulavano di morti e feriti di entrambe le parti.

Le scene che si presentavano erano raccapriccianti.

Un ragazzo sentendo dei gemiti provenire da una galleria, si affacciò ad essa. 

Un soldato ferito, ma ancora vivo, giaceva tra un mucchio di soldati morti. 

L'impressione che questa scena provocò in lui fu tale che dovettero ricoverarlo in manicomio. 

Sorte peggiore toccò a Cicigoi Virginia, solo diciottenne, la quale recatasi con la madre in cerca di feriti, ma anche a raccogliere armi o altri oggetti, prese in mano un fucile abbandonato a terra e iniziò a maneggiarlo. Esplose un colpo che la feri mortalmente alla gola.

Iscrizione posta sul sagrato della chiesetta di San Nicolò a Jainich in memoria di quei giorni.

Tombe di soldati dell'esercito austoungarico.

Il 28 ottobre 1918 l'esercito Austro-Germanico abbandonò di fretta il paese di Jainich dove aveva iniziato a costruire un cimitero per i suoi caduti.

Si sentiva parlare di armistizio; di disfacimento dell'impero, di nascita di nuove nazioni. 

Gli eventi precipitavano, si fuggiva abbandonando i prigionieri. 

 

Ritorna una vecchia conoscenza.

 

Dal 25 ottobre 1917 le Valli del Natisone si trovarono sotto l'occupazione delle truppe Austro-Tedesche.

Qualcosa di simile lo provarono dal 1797 al 1805, e non fu una bella esperienza.

Tutte le autonomie e le forme di autogoverno che la Repubblica Veneta ci aveva concesso (per bontà sua), in cambio della nostra sudditanza, allora furono messe in discussione.

Napoleone dal 1805 al 1814 continuò questo percorso che fu completato poi dagli Austriaci, subentrati  ai Francesi, i quali governarono queste valli fino al 1866.

Se allora tolsero le nostre forme di autonomia, ora toglievano alle chiese le campane e le canne degli organi.

A questa razzia si salvarono solo i pezzi pregiati, ovvero quelli considerati di valore artistico.

La popolazione mugugnava, ma doveva sopportare.

 

 Attendendo la pace!

 

Correvano le voci di un imminente armistizio.

Dal 30 ottobre 1918 al primo di novembre le truppe austro-tedesche abbandonarono i nostri paesi.

Lungo la strada che conduceva verso il confine di stato di Stupizza ci fu un continuo passaggio di soldati che rientravano al proprio paese d'origine.

Tutti gli invasori tornavano a casa propria!

Gli austro-ungarici ritornavano nelle terre del loro impero, ormai in disfacimento; gli italiani tenuti prigionieri oltre confine, ma che nessuno più custodiva, ritornavano in Italia.

Nei primi giorni di Novembre ci fu un periodo privo di qualsiasi autorità o forza militare che comandasse, poi, piano, piano, ritornano gli Italiani e ripresero il possesso di queste valli.

Nel frattempo la gente portò a casa tutto quello che era strato abbandonato, in questo caso, dagli Austro-Tedeschi.

Ma non è ancora finita!

A una disgrazia come la guerra, appena terminata, subentrò una peggiore che non fece distinzione fra donne e soldati, vecchi o bambini. Fu  la "febbre spagnola"  che lasciò ai contagiati poche possibilità di scampo. Ci furono oltre 20 milioni di vittime in pochi mesi. 

 

 

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